Territorio
Nel sistema convulso in cui oggi, nostro malgrado, siamo chiamati a vivere nelle città, un viaggio, sia pure modesto, nell'entroterra ci consentirà di assaporare fisicamente e moralmente quel soffio di aria pura che tanto anela il nostro spirito ma che non riusciamo a procurarci nella vita tormentata di ogni giorno.
Il ponente ligure, con le sue valli pittoresche, con le sue memorie gloriose e con i suoi monumenti pregevoli, costituisce indubbiamente un forte richiamo.
Il ponente ligure, con le sue valli pittoresche, con le sue memorie gloriose e con i suoi monumenti pregevoli, costituisce indubbiamente un forte richiamo.
L' Alta Valle Arroscia poi, per il verde lussureggiante dei suoi castagneti, per l'amena varietà delle sue campagne, per gli smorti colori tonali della pietra dei suoi monumenti, che ben si intonano all'argento lucido e glabro dei suoi ulivi, costituisce una meta agognata dagli amanti della natura, della quiete, dell'arte e delle antichità.Gli abitati, quasi sempre fortificati e a pianta regolare disposti lungo la strada, che, lasciata Albenga, risalendo il corso del torrente Centa, si immette nella valle del torrente Arroscia, testimoniano l'organizzazione territoriale che il comune di Albenga diede al proprio distretto tra il XIII e il XIV secolo, a controllo e difesa degli sbocchi delle valli confluenti sulla più importante pianura alluvionale della Liguria.
Nella pianura domina il paesaggio monotono e piatto dell'ortifrutticultura, caratterizzato dal largo impiego delle serre indispensabili per la produzione delle primizie, primaria ricchezza di tutto l'Albenganese.
Le brevi pianure del fondovalle, così come le stazioni prative che ancora oggi dominano sui versanti, costituiscono i pascoli invernali di una plurisecolare transumanza che è perdurata sino ai nostri giorni.
Ranzo Nel periodo invernale non è raro incontrare qualche pastore dell'Alta Valle Arroscia svernare alla marina con il proprio gregge e, all'inizio della primavera, è facile imbattersi lungo il cammino negli armenti che trasmigrano dalle stalle della pianura ai pascoli montani.
Risalendo il corso del torrente, giunti a Ranzo, una diramazione, attraverso villaggi sparsi e villette amene, sale ad Aquila d'Arroscia, dominata dagli imponenti resti del castello dell'Aquila, del XII secolo, a strapiombo sull'opposta valle del torrente Pennavaira, chiave di volta più avanzata della difesa del comune albenganese nella lotta contro i Clavesana.
Il vecchio borgo, così chiamato dall'aquila che si sofferma talvolta sui ruderi del vetusto castello, compreso nel Marchesato di Clavesana e acquistato da Genova sul finire del XIV secolo, è adagiato sul versante a solatio dell'Arroscia ed è dominato dal grande poligono absidato della chiesa parrocchiale di S. Reparata.
Dell'ultima età barocca la chiesa conserva il partito di decorare la sola facciata lasciando greggia la restante architettura.
La cupola emisferica, per il suo effetto scenografico, richiama quella di Francesco Gallo del santuario di Vicoforte.
La linea di confine, sommariamente artificiosa, fra le province di Savona e di Imperia, che taglia la valle fra Pogli e Ranzo, è in certo modo anche una lontana eco delle lotte più avanti accennate.
Il castello di Ranzo, oggi diruto, sul contrafforte ove la valle si volge leggermente verso occidente, fu infatti sempre possesso dei Clavesana.
Nella stretta del torrente, là dove essa divide la valle inferiore, aperta su Albenga, dalla ridente conca di Borghetto e di Vessalico, quasi ai piedi del castello, a margine della strada, ostenta la sua austera e superba eleganza la chiesa di S. Pantaleo, senza dubbio il più antico e caratteristico monumento di tutta la valle, reso più suggestivo dalla colonna della chiesa quattrocentesca che, ridotta ad unica navata nel Seicento, è stata innalzata come una pietra miliare sul sagrato. A testimoniare la chiesa protoromanica dell'XI secolo rimane l'abside, mentre una seconda abside di struttura analoga e simmetrica è stata aggiunta a nord nel tardo medioevo.
Ne è derivato un intreccio assai curioso di fasi costruttive, impreziosito dal portico romanico-gotico ricco di affreschi quattrocenteschi e di capitelli lavorati nella tecnica paesana della "scuola di Cenova", che unisce ad elementi decorativi di ispirazione classica ricordi medioevali e popolareschi.
Quando la primavera rinverdisce la valle le piccole ardesie, che fasciano il tetto del tempio, riflettono nel sole la loro argentea trasparenza negli smeraldini opposti pendii.
Distesa sulla cresta tra il rio Carnareo e il S. Giacomo, che scende dall'Aquila, è Costa Bacelega, la frazione più alta e più amena del comune di Ranzo.
Il borgo è dominato dalla vecchia chiesa parrocchiale dedicata a S. Bernardo, con a fianco l'oratorio chiuso al culto per le devastazioni subite durante la guerra partigiana.
Su una caratteristica piazzetta al centro del paese sorge la settecentesca cappella di Nostra Signora della Neve. Il tempio, recentemente restaurato, a pianta ellittica, presenta solo la parte frontale completamente definita sotto il punto di vista architettonico, ma non per questo ne scapita la grazia e l'armonia dell'insieme. Curiosa la minuscola sacrestia ricavata entro la base del campaniletto, che presenta nella cella e nella lucerna gli stessi elementi della composizione principale.
Proseguendo si giunge a Borghetto d'Arroscia, perfetto "borgo su strada", fino all'inizio del secolo scorso chiamato Borghetto dell'Acqua Torta a cagione di un giro improvviso che l'Arroscia, volgendosi a nord, fa intorno al promontorio di Costarossa, per riprendere subito dopo la primitiva direzione di levante. Fu uno dei luoghi della valle, come vedremo più oltre, che nel 1232 si sarebbero uniti per fondare la Pieve di Teco.Poco distante sorge Vessalico, altro centro del fondovalle ricco di costruzioni e portali del tardo medioevo il cui monumento più notevole è la chiesetta di S. Andrea, del XII secolo, piccolo gioiello sperduto in mezzo ai boschi e uliveti a un tiro di schioppo sopra il paese lungo la strada di Lenzari.
Al principio del secolo il tempio è stato salvato dalla progrediente rovina mediante un intelligente restauro che ha rivelato nuove parti della sua struttura, in origine a tre navate, di cui una, con archi bassi e larghi pilastri quadrati, è completamente scomparsa verso valle.E una tipica architettura romanica di ambito montano ridotta nei termini più semplici: absidi con piccole monofore e cornice sagomata in tufo, muratura quasi grezza salvo che nel portale di facciata, che ripete il tipo classico ad arco falcato e lavorato con maggiore perfezione.
La casa Manfredi, costruzione quattrocentesca, nella via maestra, che percorre in rettifilo il paese, conserva ancora vistosi segni della sua antica nobiltà come la lunga cornice segnapiano decorata di archetti pensili a tutto sesto, le due bifore rettangolari con le sottili colonnine marmoree e il lungo soprapporta in pietra nera del 1526 con il trigramma e i due medaglioni ritratto.
Alla voltata ad angolo retto della strada, appena passato il ponte sull'Arroscia, è l'oratorio della Visitazione, un monumento architettonico di perfetta armonia e sobria eleganza, datato 1778. Su un breve terrazzo, con lo sfondo della collina, il piccolo tempio a pianta poligonale si giova di una collocazione scenografica particolarmente felice.
Si giunge così a Pieve di Teco, centro e capoluogo di tutta la valle, che, sebbene liguri preromani siano i nomi di molti suoi villaggi, non ha finora rivelato alcun indizio di età romana.
Il castello di Teco, già baluardo dei Clavesana, ma forse in precedenza sede di una fortezza bizantina conquistata dai Longobardi, è rimasto efficiente fino al tardo medioevo, mentre oggi altro non resta che il nome e qualche rudere da esplorare.
Nel fondovalle, alla convergenza di alcune delle più importanti strade "marenche" (che conducono al mare) o "del sale" (erano così chiamate anticamente le strade che collegavano il Piemonte con la Riviera), sul lato sinistro dell'Arroscia, si sviluppò il borgo a partire dal XIII secolo, come risulta dalla realtà-leggenda della fondazione ricordata da un cronista locale:
"Del 1232 si principiò a fabricare, perché li uomini della Valle di Theco convennero con li Marchesi Clavesana loro Signori di fabricare un Borgo di 200, sino in 300 fuochi con un Castello, Torri ed Argini conforme quello di Pavia; concedendogli all'incontro li Marchesi, per il sito, le Praterie d'Arogna, dove sono li Molini, che restano sulla sponda d'Arozia, in oltre fra le altre cose gli fecero essenti dalla consignazione delle Spose. Qual Borgo per la Comodità della Valle d'Arozia, e trafico del Piemonte, fu in otto anni da Paesani edificato, chiamandolo Pieve di Theco".
La pianta regolarissima, con ampia strada porticata al centro e una serie di isolati e di abitazioni rinserrati fra le strade trasversali che li dividono ("caruggi"), è quella tipica dei luoghi di costruzione genovese.
Umili case, già di agricoltori, pastori e piccoli artigiani, si alternano a sedi signorili. I tetti in gran parte ancora grigi di vecchie ardesie ("ciappe").
Degni di nota, oltre alla neoclassica collegiata di San Giovanni Battista, notevole costruzione con campanile nella facciata preceduta da un portico semicircolare, sono pure l'oratorio di San Giovanni, del 1234, il grande chiostro dell'ex convento degli Agostiniani, del XV secolo, e la chiesa della Madonna della Ripa, della stessa epoca, in corso di restauro dopo che era stata orrendamente sfigurata, caratteristico monumento dell'architettura tardo gotica ligure.
Degna di rilievo per l'eleganza del disegno è la chiesa parrocchiale di Acquetico, frazione di Pieve di Teco, fino alla fine del XVII secolo denominata Aiguevive per l'abbondanza delle sue acque che rendono il terreno fertile ed irriguo. La chiesa antica, il cui agile campanile cuspidato caratterizza il paesaggio, è stata declassata ad oratorio e la nuova è una costruzione originale neoclassicheggiante.
In entrambi furono diverse pitture e talune rimangono ancora del Badaracco, del Fiasella e del Conca. Curioso il campaniletto a base triangolare della cappella sulla strada per Mendatica, con la sua capricciosa cuspide a bulbo in muratura greggia.
Nella vicina Nirasca, altra frazione di Pieve di Teco, si conserva una Madonna del XV secolo appartenente alla scuola del Pinturicchio. La valle rivolta a tramontana, che scende su Pieve di Teco con la statale n. 28, è dominata a levante dal castello di Cartari, in posizione strategicamente unica per i criteri medioevali, chiave ad un tempo dell'alta e della media valle dell'Arroscia ed ha il suo principale monumento nella chiesa di S. Giorgio di Calderara, isolata dal paese e di origine romanica, sebbene in gran parte ricostruita nel tardo medioevo.
La valle è attraversata dall'ardito viadotto che conduce al traforo sotto il colle S. Bartolomeo.
La recente realizzazione ha sensibilmente accorciato il percorso da Pieve di Teco al litorale aprendo nuove prospettive di ripresa per la bassa e l'alta valle dell'Arroscia.
La valle attigua è quella della Giara di Rezzo, affluente dell'Arroscia, denominato anche Puglia o Lavina, con Rezzo alla testata, in origine tutta raccolta all'ombra del castello che domina dall'alto.Il "palazzo" imbertescato, a pianta poligonale, arricchito dalle eleganti porte "provenzali", già dei Clavesana poi dei Ranieri Grimaldi e dei Pallavicino, dovrebbe essere di origine cinquecentesca, come si può arguire da alcuni frammenti di un portale in ardesia riaffiorato sotto gli intonaci del castello.
Caratteristica la rampa della via maestra con il gioco dei volti che si succedono in continuazione.
Le case a monte si affacciano al di sopra dei tetti di quelle sottostrada con pittoresche logge pensili in funzione di sottotetto-fienile.
Monumento eccezionale, a poco più di un quarto d'ora dal paese, in ambito rimasto intatto, è il santuario della Madonna Bambina o di Nostra Signora del Santo Sepolcro, la cui fondazione risale al 1401, altra tipica manifestazione di architettura tardo quattrocentesca della Liguria montana, con il portico rinascimentale sorretto da colonne in pietra e il campanile a cuspide ancora goticheggiante.
Il tempio è stato affrescato nel 1515 da Pietro Guido da Ranzo, tardivo continuatore della pittura "dialettale" ligure-piemontese ed è dotato di superbi stalli scolpiti in pietra nonché di una cripta assai suggestiva che accoglie la statua di Gesù morto.
L'ingresso sul lato sinistro, con una gradinata troncoconica, è coperto da un protiro e il portale ha per architrave un blocco unico sul quale è scolpito in bassorilievo un rosoncino con l'Agnello. Il santuario, ai limiti del bosco, gode di una splendida posizione panoramica.
Una diramazione risale il fianco settentrionale della Valle dove, nei tempi lontani, gli abitanti, per coltivare i cereali necessari al loro sostentamento, hanno terrazzato il declivio.
Ne sono derivate minuscole "fasce" ricavate tra le rocce con terra di riporto le quali stanno a testimoniare l'immane fatica dell'uomo per la sua sopravvivenza.
Quella diramazione conduce a Cenova, piccolo borgo rurale che ebbe notorietà in passato per essere sul percorso di una delle più importanti strade "marenche", quella che per le Prealbe collegava Oneglia con il Piemonte.
Cenova ebbe inoltre notorietà per avere dato origine, alla fine del medioevo, ad una importante scuola di lapicidi che ha lasciato significative testimonianze non solo nella valle di Rezzo, a Pieve di Teco e nelle valli circostanti, ma anche nelle più lontane valli di Triora e del Roja. Blasone della cosiddetta "scuola di Cenova" è il grandioso portale della collegiata di Tenda, datato 1500.
Percorrendo il paese, minuscolo ma tutto di notevole fascino, si possono ammirare portali dotati di una gentilezza decorativa e raffinatezza davvero insolite.
La chiesa parrocchiale, imprigionata e quasi soffocata dalle case del vecchio borgo, col campaniletto di tradizione gotica, ha la facciata neoclassica aggiunta su quella precedente barocca.
Da nord scende a Pieve di Teco la valle del torrente Arogna, altro affluente dell'Arroscia, sulla cui testata sorge uno dei più piccoli comuni d'Italia: Armo, dove, nella cinquecentesca chiesa parrocchiale dedicata alla Natività di Maria, si conserva un trittico su tavola del XV secolo.A strapiombo sul torrente Arogna, in un' oasi di pace rotta dal rumoreggiare del torrente sottostante, sorge il piccolo santuario di Nostra Signora dei Fanghi, edificato verso la metà del XVII secolo.
Il ramo principale del torrente Arroscia risale da Pieve di Teco verso le sue sorgenti, a Pornassio, a Cosio, a Medatica, a Montegrosso, centri di grande vitalità con agglomerati sparsi adagiati sul pendio rivolto a mezzogiorno.Pornassio L'alta Arroscia costituisce il passaggio obbligato tra l'alta Langa Monregalese e la Riviera, ragione per cui, nei secoli scorsi, le potenze confinanti hanno cercato con ogni mezzo di accaparrarsi diritti concreti sulle zone di transito ed in particolare su Pornassio, una comunità distribuita in diversi nuclei lungo il versante a solatio del colle di Nava. Già feudo degli Scarella dopo che dei Clavesana, Pornassio conserva ancora il castello medioevale, più volte restaurato, ora trasformato in un ampio palazzo signorile, e la chiesa parrocchiale di S. Dalmazzo, a tre navate, edificata nel XV secolo e rielaborata in epoca barocca, con l'alto campanile romanico della chiesa precedente aperto superiormente da bifore con capitelli a stampella che ne decorano la fronte principale.
Il bel portale ogivale, datato 1455, è attribuito a Bauneto da Cannero. L'interno presenta archi a sesto acuto e colonne in pietra con capitelli scolpiti. Il tempio conserva, nella navata destra, affreschi del 1559 probabilmente eseguiti da Giorgio Guido da Ranzo, figlio di Pietro.
Il borgo, importante centro itinerario sulla strada "marenca" che, come abbiamo dianzi accennato, scendeva dal valico delle Prealbe per risalire poi a Nava, è ricco di case arcaiche in parte ancora integre ed in parte ristrutturate ma lasciando intatte le capricciose strutture originarie.
Nava sorge in un'ampia conca prativa che si affaccia alla valle dell'Arroscia. Base per passeggiate ed escursioni, è al centro di un sistema di fortificazioni di epoca napoleonica di cui fanno parte i due cosiddetti forti di guardia che incombono sul valico e il forte di monte Escia.
A guardia di tutto l'alto bacino dell'Arroscia sta Cosio. Il borgo compatto a forma di fuso allungato, ricco di androni pittoreschi, è dominato dal vetusto ed elegante campanile romanico cuspidato del XIII secolo.Cosio d'Arroscia offre un'ampia vista sull'alta valle. Già sede di un potente castello feudale oggi scomparso, passò, verso la fine del XIV secolo ai Lengueglia, legandosi così alla Repubblica di Genova.
Con numerosi elementi di architettura minore, possiede l'oratorio dell'Assunta, al centro del vecchio borgo, e la nuova chiesa parrocchiale della prima metà del '600.
Suggestiva la barocca cappella della Madonna dei Colombi lungo la strada per Mendatica. Diruta nel 1886 a seguito del terremoto che distrusse Bussana e ricostruita nel 1904.
Articolata su un vasto pendio, con le sue tipiche case di tipo alpino, Mendatica ha, nella sua chiesa parrocchiale dei Santi Nazario e Celso, un altro esempio di campanile del XIV secolo con finestre originarie a bifora rimesse in luce.La cappella di Santa Margherita, isolata sulla "Costa delle Forche", che sovrasta il "Borghetto", piccola frazione distrutta nel Seicento, conserva affreschi del XV secolo recentemente restaurati ed un soprapporta ad arco ricavato in una unica pietra con scolpita la data 1519, sicuramente opera dei lapicidi di Cenova.
Un soprapporta con gli stessi elementi e che pare eseguito dalla stessa mano si trova a Vessalico.
Su un breve terrazzo, aggrappato alle boscose falde del monte Monega, in splendida posizione panoramica dominante l'alta valle dell 'Arroscia, Montegrosso Pian Latte, con le sue case arcaiche sostenute da oscuri archivolti, conserva integra la caratteristica di antico borgo montano.La chiesa di S. Biagio, di origine medioevale e rinnovata in forme barocche, presenta la facciata a levante preceduta da una grande loggia. Sul portale dell'ingresso laterale, con la Madonna, l'Angelo e l'Agnello, è scolpita la data 1485.
Attiguo alla chiesa parrocchiale è il quattrocentesco oratorio della SS. Annunziata.
Borgate sparse dominate da svettanti campanili ad alta cuspide caratterizzano la valle pittoresca, che, risalendo il corso del torrente Arroscia, si spinge su su fino alle poderose giogaie delle Alpi Marittime ove il corso d'acqua scaturisce a 2.000 metri sul livello del mare (monte Frontè).
La spettacolare conformazione del paesaggio, la salubrità dell'aria e l'ottima attrezzatura alberghiera favoriscono l'attività turistica tanto nella stagione estiva quanto in quella invernale.
L'altitudine dei suoi centri abitati si distribuisce su una scala che spazia dai 118 metri di Ranzo Borgo ai 1.263 metri di San Bernardo di Mendatica.
La valle, incassata in una meravigliosa cornice di verde, con vasti oliveti e secolari boschi di castagni e di faggi, è invitante per le infinite possibilità di passeggiate in un'aria corroborante che profuma di fieno e di lavanda.
Il sito offre un fascino profondo di romantica nostalgia che emana da una natura rimasta intatta e da una presenza umana rispettosa dell'ambiente.
Il luogo attira il turista e il villeggiante per il clima, temperato e ventilato nei mesi estivi, asciutto e non eccessivamente rigido in quelli invernali, per le emozionanti ascensioni al Mongioje (m. 2.630), al Beltrand (m. 2.481), al Saccarello (m. 2.200), al Frontè (m. 2.153), per le bellezze naturali, per l'arte, per la storia e la buona cucina non disgiunta dalla tradizionale ospitalità della sua gente.
Costituisce un forte richiamo per gli amanti delle trote, dei funghi, del buon pane casereccio, dei prodotti della pastorizia locale, dello "sciachetrà" e del "pigato" e per gli amanti degli sports invernali, che salgono alle piste di Monesi (m. 1.310) "paradiso bianco della Riviera dei Fiori" con le sue seggiovie miracolosamente appese alle pendici del monte Saccarello.Sa offrire, con i suoi ameni paeselli adagiati in convalli silenti o arditamente aggrappati su costiere scoscese, centri di villeggiatura tranquilli ed accoglienti, tra un vetusto castello, che richiama alla mente oscuri tempi lontani, e un vecchio santuario, che invita l'animo alla contemplazione e alla preghiera.